Avvelenata

 

Voi critici, voi personaggi austeri, facebookiani severi, chiedo scusa a vossìa,
però non ho mai detto che a far trasmissioni si fan rivoluzioni, si possa far poesia;
io faccio quel che posso, come posso, quando trovo il tempo e senza plauso o elogio;
del resto per sopravvivere mi alzo alle 6 ogni mattino e torno dopo un giro d’orologio,
solo di notte comincia quel viaggio con solo le cuffie come bagaglio,
a volte ne scrivo e magari sbaglio, altre volte prendo qualche abbaglio…

 

Che cosa posso dirvi?
Non è la mia professione
Sono mosso solo da passione
E questo porta qualche imperfezione
Ma nonostante la stanchezza a volte sembri logorare
Non mi svesto dei panni che son solito a portare
ho ancora tanto suono da raccontare per chi vuole ascoltare
e fanculo tutto il resto!

Diserzioni – Naufragi nell’oceano di suono

arrivati

Autore: Andrea De Rocco

Prefazione di Mirco Salvadori

editore: Lulu.com

ISBN 9781326783747

198 pagine. 10 euro

Andrea De Rocco (San Donà di Piave) fuori orario “lavorativo” è conduttore radiofonico (Radio Sherwood), amministratore del portale multimediale sherwood.it e attivo nei comitati ambientali del basso Piave. Ha collaborato con Radio San Donà, dove ha trasmesso dal 1989 fino alla chiusura dell’emittente nel 2016 e con Radio Popolare Verona.

Diserzioni è una trasmissione radiofonica in onda ininterrottamente dal 1989 che attraverso i nuovi suoni elettronici, ambient, post dubstep, witch house, future garage, post rock, ethereal, modern classic, shoegazing cerca vie di fuga, stimoli per danze neurali.

L’avvento della comunicazione 2.0 ha permesso di andare oltre la comunicazione prettamente radiofonica (che continua ad esistere) sfruttando le potenzialità che oggi ci offre la rete. “Diserzioni” ad esempio è diventata anche un blog all’interno del portale sherwood.it dove approfondire le tante facce della cultura e della produzione indipendente.

Questo volume è una raccolta di riflessioni sul mondo sonoro che ogni settimana viene indagato all’interno della trasmissione. Originalmente pubblicati su sherwood.it (dal 2011 al 2016).

In appendice alcune pagine sono dedicate alla sua terra: il basso Piave.

La versione cartacea del libro si può acquistare in rete – su Amazon.com, su BarnesandNoble.com, Mondadori e su altri siti di vendita al dettaglio online. Inoltre, il lavoro è inserito tra i titoli di Ingram Book Company e può essere ordinato, quindi, nelle librerie tradizionali.


Link utili:

Sherwood (PDF scaricabile)

Lulu.com

Amazon

Articolo Nuova Venezia

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Haters

bileDedicato a quelli che fan finta di non vedere
Non è vero che nessuno sa niente. Le cose peggiori accadono sotto gli occhi di tutti” cit.
Trent’anni di fanatismo economico, di superlavoro, di costruzioni sfrenate, di compravendite, di investimenti… hanno portato al collasso le energie psichiche e ambientali del pianeta. A un certo punto, questa potentissima droga (lavoro=schei) diventa scarsa e un’alluvione di panico ha sommerso le menti. Quelli che hanno vissuto in stato artificiale di euforia credendo nella crescita infinita non sono più in grado di distinguere la realtà dai sogni aggressivi del pensiero unico consumista. Poi, come accade sempre in questi casi, arriva il collasso (chiamala crisi o come vuoi), e quando il sogno crolla si rivela un incubo sconclusionato e paranoico. Si entra in una fase depressiva. Da qualche parte, alcuni professionisti della paura (serve fare nomi?) lanciano la nuova moda inter-generazionale, fondano pagine e gruppi 2.0 dediti al vittimismo e alla ricerca del colpevole. La moda dilagata ai quattro lati dei social network. Nelle strade 2.0, interi plotoni di esecutori giovani e meno giovani hanno dato l’avvio alla caccia al colpevole, al diverso, al forestiero povero dando il via alla festa psicopatica. Unendo l’utile al dilettevole si evita ogni verifica della verità postando le più becere insinuazioni. Risultato: si indica (seguendo la via più facile) nel più povero la causa di tutti i mali, facendo finta di non sapere che invece è la prima vittima della crisi e ignorando che non è possibile liberarsi del panico e dalla propria sofferenza psichica se non si conosce tenerezza, compassione o rispetto. Gli “Haters” mettono una macchina da guerra in ogni nicchia della rete (Deleuze lo definiva fascismo) che funziona come il Viagra dei social network. La balcanizzazione dei cervelli diventa incontrollabile con le ultime battaglie politiche: elezioni americane, Brexit e alla fine il referendum in Italia. Questo referendum mi ha messo un po’ di angoscia. I miei amici, quelli con i quali tentavo di arginare la deriva dell’odio, litigano fra loro astiosamente, si arriva al punto che qualcuno ha cancellato da Facebook quelli che votano SI, o quelli che votano NO. Ho deciso di tenermi alla larga da tutto questo, ma niente mi arrivano messaggi che mi accusano di non so quali colpe e mi dicono che dovrei vergognarmi! Pochi giorni dopo il referendum arriva la notizia che al concorso del Miur (Ministero della Pubblica Istruzione) per i libri da inserire nelle biblioteche scolastiche i ragazzi di 10 scuole hanno scelto il Mein Kampf.
Si può impedire alla bile connettiva di arrivare ai neuroni dell’intelligenza collettiva? Non so, vi dico solo che vivo in un villaggio di 300 anime del profondo nord est e da oltre 20 anni faccio il pendolare sulla linea che un tempo portava gli operai a Marghera e vi assicuro che qui la bile ha già colonizzato i neuroni. E non è rabbia utile per fare la rivoluzione! E’ rabbia brutta e la bruttezza è dovunque: nell’ambiente devastato, nello sfruttamento nel posto di lavoro, nell’aggressività verso il più debole, nell’aria che respiriamo e nella sensazione di solitudine. Ecco da qui ripartirei, dalla voglia di riconoscersi tra simili che ancora hanno desideri di bellezza e amicizia.

L’albero e il poeta (a Evandro Della Serra)

ev1Ognuno di noi ha un albero.

Non parlo dell’albero genealogico, nemmeno l’albero della vita della tradizione cabalistica, ma un albero vero di quelli con le radici ben piantate a terra. E’ sotto quell’albero che formuli i primi pensieri, dove costruisci la prima capanna, dove ascolti suoni che sembrano raccontare. Almeno per me è stato così.

Nel basso Piave spesso gli alberi crescono lungo le sponde dei fossi o dei canali, ma oramai ce ne sono sempre meno e sembra non valgano più nulla, che abbiano perso senso, come le parole del resto. Legna da ardere, al massimo, ma assai più spesso fonte di pericolo per gli uomini e i loro beni (gli alberi, non appena possono, schiantano al suolo travolgendo tutto) e fonte di sporco (perdono foglie, fiori, frutti, rami. Perdono di tutto e di più). Come dicono da queste parti, l’albero “intriga”.

Quando qualche anno fa traslocai in Grassaga, piccola frazione del sandonatese che prende il nome dal canale che l’attraversa, notai subito quel l’enorme pioppo lungo il canale proprio al centro del paese. Forse perché, proprio come il “mio” e come succede spesso agli alberi che crescono sulle sponde dei corsi d’acqua, era storto. Si sporgeva pericolosamente come attratto dall’acqua e lì specchiava le sue forme. Un po’ come accade a noi nati lungo i fossi: cresciamo “storti” e attratti dall’acqua . L’acqua era compagna dei giochi estivi e si trasforma in ghiaccio in quelli invernali. Questa stortura è la scoperta del bello dove non te lo aspetteresti, è lo specchiarsi nell’altro, sia nel paesaggio naturale che in quello culturale. Mentre quello che è dritto e sembra normale altro non è che l’igienizzazione di tutto ciò che “intriga” e crea quel deserto nel quale non cresce più nulla. Oggi sembra che del significato della parola “intrigare” resti solo l’accezione dialettale ossia che ingombra, e non quella dell’italiano ovvero ciò che interessa, incuriosisce, attrae.

Ma per fortuna c’è chi continua ad essere così “storto” da sembrare strano, con una crescita non lineare, con radici piantate qui ma con la tendenza a riflettersi nell’altro da sè. Noi fatti così non sappiamo scegliere tra cielo e acqua, tra i merli e le carpe, tra le ninfee e le ortiche perché ci piacciono i colori di tutti questi mondi. Come gli alberi storti siamo di confine tra terra e acqua, tra cielo e mondo sommerso e ci piace sporgersi oltre le frontiere, anche quando sembra pericoloso. Disgraziatamente quell’albero lungo il Grassaga qualche tempo fa è caduto dopo un temporale. E’ stato un giorno triste alleviato solo dalla speranza che le spore sparse facciano crescere altri alberi che brillino riflessi nell’acqua.

Successivamente ho saputo che quell’albero fu piantato dal nonno del poeta Evandro Della Serra il giorno della sua nascita, insomma era il suo albero. Ora che il poeta ci ha lasciati il dolore è alleviato solo dalla speranza che le spore da lui sparse sparse (le sue parole, le sue poesie) facciano crescere altri “storti” che si sporgano alla scoperta di mondi dall’indefinibile bellezza.


Opere di Evandro Della Serra:

•Controversi, Chioggia 2009. Con Mery Nordio.

•Di Sabbia e di Sassi, Chioggia 2010. Con Mery Nordio.

•De Amor e de altri strafanti, Jesolo 2010. Con Giovanna Digito.

•Verrà la morte e avrà il tuo naso, 2011 con Pietro Vanessi.

•Scaraboci. Quarto d’Altino 2011. Ed.Mimisol.

•Didascalie. San Donà di Piave, 2012 Con Mascia Melocchi.

•Faive. Milano 2014,ed. del foglio clandestino.

•Existenz Roma 2015, Con Pietro Vanessi.

Guardare negli occhi

eye

L’ immagine può dire tutto o può non dire niente.

Dopo gli effetti sull’opinione pubblica del povero corpicino del bimbo Kurdo di due anni, che ha risvegliato coscienze da anni insensibili a migliaia di immagini simili si direbbe che un’immagine può dire tutto. Anche gli smarphone dei profughi contengono immagini che per loro sono tutto. Lo si capisce dalle loro parole: “ se mi succede qualcosa voglio le immagini dei miei cari vicino”. Oppure: “se perdo alcuni dei miei familiari nel viaggio attraverso queste immagini posso cercarli”. 

Le foto-immagini in questi casi sono tutto. Sono memoria e traccia e insieme auspicio e speranza.

Eppure noi siamo invasi da un flusso ininterrotto di immagini che spesso non ci dicono niente.

Il destino delle immagini oggi si gioca tutto fra le due antitetiche modalità d’uso e di relazione. L’immagine che dice tutto e l’immagine che dice niente. Dove il tutto e il niente non stanno mai solo nelle immagini, ma anche e soprattutto nello sguardo di chi le vede, di chi le ha viste, di chi ha visto l’attimo in cui sono state “prese”, prodotte o generate.

Ancora una volta, insomma, il destino delle immagini è negli occhi. Bisogna guardare lì.

E’ quello che cerco di fare anche nella questione profughi. Incontrarli e guardarli negli occhi.

Ed è quello che consiglio di fare a tutti prima di dare qualsiasi giudizio.

Non limitatevi a guardare le immagini. Le immagini stanno li nel mezzo. Così lontano, così vicino.

Cosi tutto, cosi niente.

Lo sguardo morto dei razzisti

farfalla

Un comitato ambientale deve parlare a tutti, non far parlare tutti.

Non si può aver a cuore il bene comune, l’ambiente, la flora e la fauna e non aver nessuna empatia coi propri simili.

E non mi si venga a dire che una cosa è il rispetto dell’ambiente e un’altra il rispetto delle diversità umane.

Sarei ipocrita e proprio non me la sento di condividere una battaglia con chi combatto ogni giorno e che sta avvelenando il clima sociale con razzismo e fascismo della peggior specie. Come ho avuto modo più volte di ribadire mercati e consumi senza limiti hanno scatenato la crisi globale della società e dell’ambiente: disuguaglianza economica e riscaldamento globale si alimentano a vicenda provocando tragedie e migrazioni. E poi, dulcis in fundo, vogliamo aggiungere a tutto questo le guerre, che spesso hanno la stessa causa: la corsa alle risorse ambientali da parte delle potenze economiche.

I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi” Gino Strada.

Avere un ambiente sano in cui vivere è uno di questi diritti?

Se non partiamo da qui si patteggia con i potenti e non per il bene comune.

Oggi Lega et similia avvelenano l’ambiente sia sociale che naturale e hanno deciso di stare dalla parte dei privilegiati e dei potenti ovvero degli avvelenatori dell’ambiente sociale e naturale.

Oggi Zaia – come altri potenti- parla di dissesto del territorio da riparare: ma – lui come altri – è stato sempre con chi ha irriso all’allarme climatico e ha combattuto ogni tutela del territorio come se fosse un freno allo sviluppo.

Oggi che la natura e il clima presentano il conto vogliono continuare a ingannare la gente: prima hanno esaltato le colate di cemento, la crescita incontrollata e ci hanno guadagnato elettoralmente; oggi cavalcano da demagoghi la crisi climatica e ambientale.

Molti gli crederanno, perché gli va bene così: il disastro, infatti, non è solo frutto di politiche pubbliche sciagurate ma anche degli stili di vita soggettivi: di persone, famiglie, imprese, comunità talmente ottuse ed egoiste da non vedere che da anni distruggono l’ambiente in cui vivono. E spesso sono le stesse che sfuttano i migranti per poi non volerli più vedere dopo l’orario di lavoro.

Chi predica: “prima noi dopo gli altri” continua con le politiche che ho appena descritto oltre che a infliggere sofferenze ad altri esseri viventi: le politiche che difendono i privilegi e abbattono i diritti.

“Il Clima E’ Un Bene Comune, Di Tutti E Per Tutti” Papa Francesco, “Laudato si’. Enciclica sulla cura della casa comune”

“Todo Para Todos Nada Para Nosotros” mi hanno insegnato gli indios zapatisti

…chi non vuol vedere i diritti degli altri per difendere i propri privilegi non può vedere nemmeno l’ambiente come bene comune.

Perché tutto questo è il frutto dell’egoismo ottuso di chi non riesce più ad allargare lo sguardo oltre se stesso.

 

Areo moro

mori-torre-orologio

“Areo moro!”
Quante volte mi son sentito chiamare così nonostante da piccolo fossi sul biondo.
Anche più tardi, da grande, nei cantieri di Venezia per richiamarmi risentii quel “Areo moro!”
Così ho imparato che i veneziani ancora nel Quattrocento iniziarono a importare mori dall’Africa e poi li distribuivano in città a nelle campagne per rinforzare la razza. Dovevano pensare alla complessa idraulica del nostro territorio, dovevano pensare alle bonifiche e allora non c’erano le tanto “amate” ruspe ma servivano braccia forti e badili. Serviva una razza meticcia forte e adattabile.
Di tutto questo restano i cognomi come Moro, Negro, Moretto, Dal Negro ecc.
Al “Stiamo africanizzando il Veneto” del governatore Zaia rispondo: Areo moro sveglia, semo insmissiài coi mori almeno dal 1400 e par fortuna!”